Trofeo Monte Chabertonuna giornata da guerrieri!
Da dove iniziare quella che è stata una vera e propria epopea personale. Dove trovare l'attacco, le parole, per descrivere quattro lunghe ore di corsa e le altre, di contorno, ore non meno importanti che soffici hanno avvolto l'attesa e poi il meritato riposo.
Inizierei dall'autostrada, quella Torino - Cesana guidata col sole alle spalle, strada che si incunea nella val di Susa tra i giganti di pietra delle Alpi Cozie. I pensieri viaggiano insieme a me, leggeri e quando scorgo lo Chaberton, inconfondibile per la sua punta mozza, sorrido... pensare che tra poche ore sarò lassù mi regala serenità e non mi curo della fatica o dello sforzo che presumibilmente impiegherò, bensì penso a quanto sono fortunato a stare partecipando ad un evento del genere.
Cesana, parcheggio velocemente per fortuna, e mentre scendo dall'auto osservo intorno a me altri atleti che lenti fanno la loro comparsa in quella che a naso sento di essere una grande giornata. Mi incammino lemme verso il centro assaporando l'aria frizzante dei paesi montani alle prime luci del giorno. Il termometro d'altronde dice 14°C, ma sentire il freddo sulla pelle delle braccia e gambe non nego mi piaccia, è come sentire la carezza dei monti. Arrivo all'ufficio turistico, salgo le scale e ritiro il mio pettorale e felpa (pacco gara davvero gradito!) che vuoi per i 14°C di cui sopra, vuoi per il fatto che indossarla mi marchiava come atleta della gara, fatto sta che in men che non si dica fa parte del mio vestiario.
I momenti pre-gara sono particolari, possono non piacere ma in fondo sono come le coccole prima di qualcosa di più grande. Io tendo ad isolarmi, a prendere il mio tempo, magari davanti ad un caffè e due chiacchiere col barista. E poi si, un po' di stretching, indossare le scarpe da gara con lentezza, curare i nodi, controllare lo zaino, ogni cosa va fatta con serenità perché qui parliamo di gara di endurance e quindi tanto vale entrare nello spirito giusto.
Ci siamo, 250 atleti sorridenti, chi con marsupio, chi con zaino, chi con borracce appese al petto, chi con bacchette di ultima generazione, e poi scarpe di ogni marca, muscoli tonici, occhiali da sole avvolgenti, canottiere, sudore, adrenalina, gambe che si muovono frenetiche nell'attesa. C'è tutto e lo speaker indefesso illustra il tracciato mentre una musica ritmata batte il tempo dei nostri motori che impazienti ruggiscono. L'orario si avvicina e l'elicottero che farà le riprese della partenza giunge dietro di noi... il rumore dei rotori è assordante ma non tanto da non sentire quel conto alla rovescia ed infine quel segnale che da il via alla battaglia, aprendo i cancelli di un recinto che presto si svuota di sogni, rabbia, volontà e passione. 250 cavalli che veloci prendono il largo inseguendo qualcosa che sfugge loro...
Le tracce da seguire sono fucsia ma se non altro all'inizio, perdersi non sarà di certo un problema. L'andatura è sui 4'30''/km ma subito si parte con i primi strappi in salita. Si scala di marcia, si alterna subito camminata veloce a corsetta, cercando di spezzare il fiato ed accendere bene il motore.
I 14°C della mattina sono già un ricordo sotto un sole che potente brucia la pelle e ne è testimone la foto di apertura di questo post. La carrozzeria in quella istantanea è ancora integra, lo sguardo sicuro mentre accenno un "tutto ok" al fotografo. Mi accorgerò solo più tardi che sullo sfondo, lontano, lui imponente e severo osserva!
La salita è abbastanza dura e dopo un primo tratto "di riscaldamento" si taglia dritto su per bosco e campi. La terra in alcuni punti è talmente umida che mi farà perdere l'equilibrio ma è solo quando le mani afferrano il fango che la risalita è possibile. Si avanza lenti ma inesorabili, è questo che forse ricorderò più vividamente, la ineluttabilità del gesto, la lenta forza del fisico che spinge e spinge contro fatica, dolore e gravità, contro tutto quello che vuole tenerlo fermo e a terra. Un inesorabile spingere, un cocciuto andare avanti per la propria strada. Salita a denti stretti col sudore che copioso rigava il volto e scendeva fin sotto al mento.
Finalmente riprendiamo la carrozzabile ed è qui che rimango a bocca aperta e quasi mi fermo per osservare il panorama. E' una lunga curva che affaccia su un immenso bosco e paesi e montagne... tutto è piccolo laggiù mentre noi continuiamo la nostra avventura costeggiando la montagna.
Durante la salita, ordinata e quasi in religioso silenzio, oltrepassiamo anche un piccolo nevaio mentre il paesaggio intorno a noi muta considerevolmente, effetto della quota si sa (2500 metri) oltre la quale il bosco lascia lo spazio a pietraia e grandi prati.
Ma è il colle dello Chaberton il primo checkpoint da raggiungere ed è posto a 2700 metri. Qui si ha un momento per rifiatare, bere qualche liquido offerto dai volontari ed anche scambiare qualche battuta per mantenere il morale alto.
Pochi minuti e bisogna ripartire, davanti a noi il pezzo più duro, la salita "a stecca" di circa 400 metri di sana pietraia!
Neanche il tempo di attaccarla che ecco il primo (colui che sarà il vincitore) scendere a velocità supersonica tra i nostri doverosi ed estasiati applausi! Ovviamente scappa a tutto il gruppo un "ma come ca*** fa???".
Nella nostra mediocrità atletica ma eguale elevatezza di spirito, riprendiamo il cammino. Non è facile e mi ricorda una di quelle escursioni fatte con i miei amici, durante le quali l'uso delle mani non era certo un optional. Si sale in una sorta di trance mentre vedo il ragazzo davanti a me scivolare più volte.
Il momento è ritratto nella foto sopra e come potete vedere la pendenza era tutto tranne che banale! Con le mani ad afferrare gli sfasciumi e le zampe a spingere, metro dopo metro si saliva.
Quello che si prova a giungere in cima, mentre i volontari, gli Alpini e chiunque fosse la, si congratula con te e ti esorta ad andare avanti, beh ti fa sentire eroe per pochi istanti.
Superato maglietta rossa scavallo sul tratto in piano mentre l'operatore della croce rossa alza la mano indicando un "due", a significare che stavano arrivando due atleti e quindi come monito ai cronometristi di stare pronti per la registrazione.
Ed eccomi lì, 2000 metri di dislivello positivo nelle gambe, nel fiato e nel cuore. Una foto che mi piace davvero tanto perché è visibile la stanchezza ma è altresì visibile la fierezza di essere lì dopo 2h33' di corsa. Cima che raggiungerò di lì a pochi metri, effettuando un tornante a destra e una piccola arrampicata su roccia aiutato da una corda fissa (foto sotto nella quale si vede parte della batteria di cannoni).
In cima mi vengono offerti altri liquidi e mentre faccio fiatare il motore e scambio due chiacchiere con le volontarie, intorno a me è magia, quella magia che è possibile osservare e percepire calpestando la cima di una montagna alta 3130 metri.
Perderò due o tre minuti ma cosa importa??
E' un po' come essere emersi oltre le nubi dove improvvisamente il tempo scorre più lentamente, tra una boccata di ossigeno puro e l'ebrezza di attimi eterei.
Ma appunto è solo un attimo e mentre riconsegno il bicchiere, gli occhi sono già puntati verso l'abisso, da aggredire senza paura e senza remore.
I piedi adesso affondano nella pietraia fine mentre le braccia e tutto il corpo cerca di dare un assetto alla caduta. E' un qualcosa di inenarrabile, una velocità di caduta incredibile mentre polvere e pietre scivolano insieme a me. Prima caduta lieve, mi rialzo. Davanti a me un atleta a terra dolorante con crampi aiutato da un addetto del pronto soccorso. Scanso e riprendo la mia folle corsa. Raggiungo quelli davanti a me, scivolo nuovamente e mi afferro con le mani alle taglienti pietre. Mi rialzo, la mano presenta lacerazioni ma il morale è talmente alto che non mi ferma nulla.
In pochi minuti sono nuovamente al colle. Mi faccio medicare velocemente e poi ancora giù.
La discesa contrariamente a quello che si può pensare è faticosissima perché è facile perdere il controllo e quindi è un continuo dosare la velocità frenando dove occorre e cercando di rendere la "caduta" più economica possibile. E frenare è tutto fuorché economico dal punto di vista energetico!
Per diversi tratti mi son ritrovato completamente solo mentre schivavo semplici escursionisti e le mie gambe andavano veloci con lo sguardo costantemente a terra disegnando traiettorie, alcune volte corrette, altre volte audaci.
Uno dei passaggi finali era quello attraverso le Gorge di San Gervasio, uno spettacolo della natura incredibile. Gorge attraversate per altro dal ponte tibetano più lungo d'europa e che noi avevamo sospeso sul capo mentre veloci attraversavamo il rio da una parte e dall'altra.
E poi paesini, boschi, incitamenti in ogni dove... un tripudio di emozioni!
Verso il termine su un pratone una signora osa urlare "Dai che il peggio è passato!". Dal cuore mi esce un "No signora! Il peggio lo stiamo vivendo ora!". Sdrammatizzare in fondo è quello che ci vuole a 5 km dal termine con gambe assolutamente scariche e carrozzeria bella ammaccata dalle botte della discesa.
Poco più avanti è la volta di un bambino ad incitare e si protende per "un cinque". La deviazione in curva è obbligatoria!
Del finale ricordo solo una salita infinita fatta in religiosa camminata!! Anche i ragazzi dietro di me avevano fuso la testata e a capo chino nessuno osava accennare neanche un passo da jogging.
Terminata la salita svolta a sinistra importante e giù nel bosco. A quel punto mancava poco, davvero poco. Davanti a me vedo un ragazzo ma è troppo distante, dietro ho un apparente deserto. Imposto perciò la mia discesa a velocità "tranquilla" mentre lo speaker è nuovamente udibile. In queste gare tutto è dilatato, anche le attese.
Si entra quindi in paese, si scendono dei gradini, curva secca a destra ed ecco l'asfalto, la pianura, il pubblico e l'imminente traguardo finale. Le gambe adesso volano, la volata finale è garantita mentre il sorriso riga il mio volto ed il pubblico grida festante... e quando ti trovi davanti ad un traguardo, dopo 4 ore di fatica, con lo speaker che chiama il tuo nome ed un pubblico festante che applaude quanto stai per concludere, non puoi fare altro che alzare la mano al cielo e con orgoglio andare avanti!
Il verdetto finale parla di 25,5 km e 2000 metri di dislivello positivi corsi in 4h05'31''. (classifica ufficiale)
Il verdetto finale parla di 25,5 km e 2000 metri di dislivello positivi corsi in 4h05'31''. (classifica ufficiale)
Ma non finisce qui. In fondo è anche grazie a loro se ho potuto correre così bene. Ai miei piedi come avrete potuto notare dalle foto avevo le Brooks Cascadia 10 che a ragion veduta definirei le scarpe da trail per eccellenza perché non mi hanno tradito in un sol punto. Protettive il giusto nella pietraia dello Chaberton ed anche lungo i sentieri disseminati di sassi aguzzi. Comode, perché se dopo 25,5 km di trail non hai problemi di bolle o vesciche qualcosa vorrà pure dire. Belle da paura, perché anche l'occhio vuole la sua parte (disponibili anche rosse/arancio o grigio/verde...).
Dire che ne sono soddisfatto è dire poco. Rispetto alle sorelle minori, le Brooks Pure Grit 3, che anche ho avuto modo di provare, queste Cascadia 10 si dimostrano molto più mature in termini di protezione e stabilità che in fondo è quello che serve durante queste gare.
Se dovessi consigliare una scarpa da trail in questo momento non avrei veramente alcun dubbio. Quando indossi una scarpa e letteralmente la dimentichi per concentrarti sulla gara, sul percorso senza badare in maniera eccessiva all'appoggio, è evidente che ai piedi si ha qualcosa di importante!

Ma andiamo ad analizzare nel dettaglio.
Premetto che sono molto più "potente" dalla gamba destra che quindi è quella che fatica di più e di conseguenza lavora maggiormente.
Premetto che sono molto più "potente" dalla gamba destra che quindi è quella che fatica di più e di conseguenza lavora maggiormente.

Il resto della suola (parte gialla e blu) è integro a parte minime sbavature del tutto normali dopo il trail in oggetto.
La seconda immagine riguarda la suola di destra. In questo caso la parte gialla risulta parecchio consumata ed abrasa. Il tacchetto a destra della scritta è quasi saltato. Nessuno scollamento in questo caso.
Cosa dire dunque. In tutta sincerità, a parte la scollatura, mi sento di promuoverle perché in fondo il loro è uno sporchissimo lavoro e ciò che si "assorbono" in termini di impatti e danni solitamente non viene trasferito ai nostri piedi. Non è tanto l'usura accentuata sulla suola destra quanto resta da capire la natura di quella scollatura, se si tratta cioè di estrema sfortuna o di design migliorabile (immagino bastasse chiudere quei triangoli per far si che nessuna pietra potesse infilarsi e fare quindi leva tagliando la suola). Voi che ne pensate?
Resta indubbia la comodità e ripeto, la grande tenuta anche su forti pendenze!
Resta indubbia la comodità e ripeto, la grande tenuta anche su forti pendenze!
Ora tempo di aggiustare la carrozzeria e poi pronti per nuovi obiettivi!!! A presto!
complimenti per il racconto di questa meravigliosa giornata di sport che ci ha allietato il fine settimana ...e complimenti per la prestazione!
RispondiEliminagran bel approccio al mondo trail, non sei partito da cose minuscole di certo
RispondiEliminaper questo tipo di tracciati, consiglio caldamente suole in vibram,
quelle che hai usato te sono ottime per sterrati modesti, non per pietraie poverine
anche le brooks comunque mi sembra abbiamo un modello con suola in vibram
io uso dynafit a solo dopo 2000k di tutto e di più hanno dato qualche segnale di usura serio, ma tutti i tasselli sono al loro posto
ciao e buone corse per le montagne
Grazie ragazzi!
RispondiElimina@Marco: Complimenti anche a te! Siamo arrivati praticamente insieme ;)
@Andrea: Si, probabilmente hai ragione. Effettivamente se ripenso al terreno le povere Brooks hanno dovuto fare un iper lavoro... gomma troppo morbida per affrontare quel tipo di terreno. Grazie per i consigli ;)
Grande Paolo! C'ero anch'io, e come te "del finale ricordo solo una salita infinita fatta in religiosa camminata"... E ricordo di essere stato insieme a tanti guerrieri come te!
RispondiEliminaAlla prossima!
Bravo Paolo,... adesso dopo il 2k puoi tentare il 3k sul Roccia :-D
RispondiEliminaPer le scarpe concordo con Andrea, ho avuto le Cascadia e hanno una mescola morbida che sulla pietraia si grattuggia velocemente. Però a caval donato,... ;-)
E' sempre interessante ascoltare come ogni atleta assapora l'avvicinarsi della gara, il suo svolgimento e come vive gli attimi che gli si presentano. Il pre-gara con il caffè e le quattro chiacchiere, la discesa che nasconde delle difficoltà quando il più sembra fatto.... Vi adotto nel gruppo .#adotta1blogger su Facebook. Se vi va veniteci a trovare sulla pagina facebook del gruppo o se siete interessati a scoprire l'approccio mentale di corridori professionisti sul blog http://psichesport.blogspot.it/
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